Quando immaginiamo il futuro della nostra città e del Sannio pensiamo innanzitutto ai nostri figli: resteranno, torneranno, troveranno lavoro. Pensieri legittimi, che però nascondono un limite: immaginiamo il futuro usando solo i cognomi che già conosciamo. Eppure, il Sannio dei prossimi decenni avrà all’anagrafe nomi inediti. Un fenomeno che è già in atto, nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Il punto non è l’ineluttabilità del fenomeno, ma lo spazio sociale che siamo disposti a riconoscere a chi arriva, se vogliamo veramente che diventi parte della comunità con il diritto di contribuire a cambiarla.
I dati ISTAT sul benessere territoriale parlano chiaro: nel Beneventano si registrano circa 213 over 65 ogni cento ragazzi sotto i quindici anni. Si tratta dello squilibrio più marcato in Campania. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: classi che spariscono, servizi assistenziali sempre più poveri e attività destinate alla chiusura.
Il dibattito sullo spopolamento è oramai argomento all’ordine del giorno, e non intendo certo aggiungere una nuova ricetta alle tante proposte finora, né tantomeno aggiungere il mio grido d’allarme ai tanti che denunciano quotidianamente che ad essere in pericolo è la sopravvivenza stessa del territorio.
Non posso però fare a meno di notare come, quando si discute di spopolamento, il vocabolario della politica sembra inchiodato a due soli verbi: restare e tornare. Manca il terzo: arrivare. Infatti, se da un lato è importante garantire condizioni migliori a chi nasce qui, una comunità che voglia crescere veramente deve saper accendere il desiderio di essere raggiunta.
Chi sceglie Benevento dovrebbe trovare un contesto pronto a valorizzarne la scelta. Penso ai ragazzi che oggi si iscrivono alla nostra Unisannio o a chi accetta un contratto di ricerca sui tanti progetti che portiamo avanti. Tanti anni fa sono arrivato in questa città proprio per partecipare alla nascita del nostro Ateneo; me ne sono innamorato, ho deciso di restare, di insegnare e di investire qui la mia vita. Un’opportunità di cui sono grato a questa comunità. Chi arriva oggi, anche da molto lontano, merita la stessa opportunità.
Qui emerge una contraddizione culturale. Non siamo ostili all’idea di nuovi abitanti, ma pretendiamo che tutto rimanga com’è, le stesse abitudini, le medesime cerchie, i soliti punti di riferimento. Accogliere qualcuno finché occupa un ruolo predefinito è semplice; più impegnativo è riconoscergli la libertà di integrarsi davvero nel vissuto quotidiano, la possibilità di esprimere un’idea di città, di proporre un punto di vista differente e di sentirsi parte attiva del nostro tessuto sociale. Del resto, l’integrazione è un processo a doppio senso, una strada che coinvolge necessariamente entrambi i lati. Se si opera su un lato solo, chiedendo sforzi esclusivamente a chi giunge, si sta parlando di semplice adattamento, non di vera integrazione.
Eppure, il carattere di Benevento si è sempre rafforzato attraversando le trasformazioni, integrando e stratificando identità diverse. Lo ha fatto passando dalla città sannita alla colonia romana di Beneventum; quando i Longobardi, i “barbari” ai quali dobbiamo Santa Sofia, ne fecero una capitale; quando, enclave pontificia nel cuore del Mezzogiorno, Benevento visse di scambi, contrasti e relazioni con il Regno che la circondava. Trasformazioni spesso travagliate, che hanno lasciato ciò che oggi riconosciamo come nostro.
Oggi siamo chiamati a fare ancora una volta la stessa scelta: lasciare che il presente aggiunga e stratifichi le sue tracce, riconoscendoci in cittadini che parlano con accenti, e a volte con lingue, diverse. Continuiamo pure a chiederci perché i nostri giovani partono. Ma affrontiamo con coraggio la sfida del terzo verbo: arrivare! Domandiamoci perché i figli di qualcun altro dovrebbero decidere di venire qui. E cosa siamo disposti a fare affinché, un giorno, possano dire “la mia città” senza che nessuno senta il bisogno di correggerli.
Il Mattino, 31.10.2026
Sono nato a Nocera Inferiore (SA) il 03 Agosto 1963 e sono Professore Ordinario di Ingegneria Informatica presso l’Università degli Studi del Sannio, Benevento.
Appassionato educatore e curioso ricercatore, ho sempre ritenuto fondamentale valorizzare l’intreccio tra ricerca ed insegnamento come strumento per la creazione e la trasmissione dei saperi.
Sono sposato con Rosa Ferrara, donna forte, paziente e capace di strappare un sorriso anche nelle situazioni più difficili. Io e Rosa abbiamo due magnifici figli, Benedetta, estroversa e determinata, e Mario, silenzioso e pieno di domande.
Nella stagione calda amo girare in moto fra le nostre belle colline, con i loro vigneti, i borghi antichi e gli affascinanti panorami; Benedetta, Mario e Rosa sono i miei passeggeri preferiti.