Quando ero ragazzo, l'estate aveva un nemico invincibile: il primo pomeriggio. Tra le due e le quattro il mondo si fermava. Le tapparelle si abbassavano, le strade si svuotavano, i genitori pronunciavano sentenze inappellabili: "Con questo caldo non si esce". Niente pallone, niente bicicletta, niente scorribande con gli amici.
Che fare di quel tempo? Faceva troppo caldo per leggere, i condizionatori erano ancora di là da venire, e allora io lo trascorrevo davanti alla televisione a guardare vecchi film sui Romani.
Non parlo di capolavori del cinema. Parlo di Ercole, Maciste, Sansone e altri eroi dalla muscolatura improbabile che combattevano contro eserciti ancora più improbabili. Templi che crollavano con una leggerezza sospetta. Colonne marmoree che oscillavano pericolosamente prima ancora di essere colpite. Non ci voleva molta attenzione per intuire che l'intero Impero Romano fosse stato costruito con qualche pannello di polistirolo e una generosa dose di buona volontà.
Eppure, passavo ore a seguire quelle storie senza avere la sensazione di stare perdendo tempo. O forse quella sensazione c'era, ma non mi disturbava. Perché allora perdere tempo era una possibilità. Oggi non ne sono più così sicuro.
Abbiamo sviluppato una sorta di allergia collettiva alla noia. È diventata un qualcosa da eliminare, non più uno spazio da attraversare. Appena si apre uno spazio vuoto, sentiamo il bisogno di riempirlo. Un'attesa, una fila, un tragitto in treno, pochi minuti senza fare nulla, e subito compare uno schermo. Scorriamo notizie, video, messaggi, fotografie. Qualsiasi cosa, purché il silenzio non duri troppo.
Il punto non è difendere i vecchi peplum degli anni Sessanta. Il punto è che in quelle ore apparentemente inutili accadeva qualcosa. La mente vagava. Si immaginavano mondi. Si inventavano storie. Si formulavano domande. Si coltivavano curiosità. A volte nasceva una passione. Altre volte non nasceva nulla. E andava bene lo stesso.
Oggi tendiamo a considerare ogni minuto non utilizzato come un minuto sprecato. Ma forse è vero il contrario. Forse sono proprio gli spazi non programmati a consentire la nascita di qualcosa di nuovo. Le intuizioni più importanti raramente arrivano mentre rincorriamo l'ennesima attività. La creatività ha bisogno di margini. La curiosità ha bisogno di vuoti. Le idee migliori non rispettano un calendario.
Sì, sto proponendo una piccola eresia estiva: rivalutare la noia. Lasciare che, ogni tanto, un pomeriggio resti semplicemente un pomeriggio. Senza programmi. Senza obiettivi. Senza l'ansia di doverne ricavare qualcosa.
È vero, quei lunghi pomeriggi trascorsi a guardare Sansone che abbatteva templi di polistirolo non mi hanno insegnato molto sull'antica Roma. Mi hanno però insegnato qualcosa di più importante, una cosa che oggi tendiamo a dimenticare: che ciò che dà forma alle nostre vite, spesso, comincia a germogliare proprio nei momenti che sembrano più inutili, nei momenti che ci sembrano sprecati.
Il Mattino, 11.07.2026
Sono abbastanza grande da ricordare il Primo Maggio prima del “concertone”. Quando le piazze si riempivano di cortei e le famiglie partecipavano insieme, bambini compresi. Quando i discorsi dal palco erano spesso troppo lunghi, certamente poco adatti ai tempi dei social, e carichi di una retorica che oggi farebbe sorridere. Ma c’era una cosa che non mancava: la consapevolezza del perché si fosse lì, e del fatto che il lavoro fosse molto più di un’attività economica, che fosse una componente essenziale dell’identità delle persone e delle comunità.
Oggi il contesto è cambiato, così come il modo di vivere e percepire il lavoro. A livello globale si discute di crisi del lavoro tradizionale, di “jobless society”, di un futuro in cui il lavoro potrebbe ridursi o trasformarsi profondamente sotto la spinta dell’automazione, dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione. Non è solo una questione di occupazione: è in gioco il rapporto stesso tra lavoro, società e vita.
Proprio per questo, il Primo Maggio può diventare qualcosa di più di una ricorrenza. Può, e deve, essere l’occasione per riportare queste riflessioni dentro i territori, e interrogarci su quale lavoro vogliamo e su quale futuro stiamo costruendo nei luoghi in cui viviamo.
Nelle aree interne della Campania, e in città come Benevento, il tema assume un significato ancora più concreto. Qui il lavoro non è solo una questione di quantità, ma di qualità, di equilibrio, di capacità di costruire percorsi coerenti con le competenze delle persone e con i bisogni delle imprese.
Da anni conviviamo con un paradosso che merita di essere letto con attenzione: giovani preparati che partono e territori che si ritrovano a corto di competenze. Insegno all’Università degli Studi del Sannio dal 1992 e in questi anni ho seguito molti giovani, spesso come tesisti, oggi professioniste e professionisti affermati. Con molti di loro sono rimasto in contatto. E la loro esperienza è, in fondo, sempre la stessa: quando si spostano, trovano spazio, crescono, contribuiscono. Il punto non è, quindi, la mancanza di formazione. È il contesto che non riesce ancora a trasformare le capacità e le aspirazioni di questi giovani in opportunità locali.
Le imprese esprimono bisogni reali e diversificati. Il punto è costruire una maggiore coerenza tra competenze disponibili e ruoli richiesti. Un sistema sano ha bisogno di progettisti, di tecnici, di sviluppatori, di profili operativi e di figure ad alta specializzazione: non sono alternative, ma componenti di uno stesso equilibrio. Quando questo equilibrio manca, il rischio è duplice: da un lato le imprese faticano a trovare le professionalità di cui hanno bisogno; dall’altro, chi ha competenze elevate può percepire una scarsa valorizzazione e scegliere di cercare altrove contesti più coerenti con il proprio percorso.
Per questo, parlare di lavoro oggi significa parlare di formazione in senso ampio: università, scuola, percorsi tecnici, formazione terziaria professionalizzante, ITS. È lungo tutta questa filiera che si costruisce, o si indebolisce, la possibilità per un territorio di motivare i giovani a restare e investire sul territorio.
La scuola ha un ruolo decisivo nel fornire basi solide e capacità critiche. Gli ITS rappresentano una risposta concreta alla domanda di competenze tecniche avanzate, spesso direttamente collegate ai sistemi produttivi locali. L’università contribuisce con la formazione superiore, la ricerca e la capacità di generare innovazione. Nessuno di questi livelli, da solo, basta.
Il punto è la connessione. Un sistema educativo efficace, soprattutto in un’area interna, deve essere coerente, permeabile, capace di dialogare con il mondo del lavoro senza rinunciare alla propria funzione culturale. Deve offrire percorsi diversi, ma ugualmente dignitosi e riconosciuti. Deve accompagnare le persone non solo all’ingresso nel lavoro, ma lungo tutto l’arco della vita.
In questo scenario, le aree interne non sono necessariamente destinate a inseguire. Possono, al contrario, valorizzare alcuni elementi che oggi diventano sempre più rilevanti: una qualità della vita più alta, relazioni sociali più forti, costi più sostenibili. Se a questi fattori si affiancano competenze adeguate, infrastrutture efficienti e un sistema formativo integrato, il divario può ridursi, e il ritardo può trasformarsi in vantaggio competitivo.
Il rischio, altrimenti, è continuare a raccontare i nostri territori solo attraverso ciò che perdono: abitanti, giovani, opportunità. La vera sfida è un’altra: costruire le condizioni perché restare sia una scelta possibile, razionale e, perché no, vincente.
Il Primo Maggio dovrebbe servire anche a questo: non solo a celebrare il lavoro che c’è stato, ma a interrogarsi su quello che vogliamo rendere possibile. E su come il sistema educativo, in tutte le sue componenti, possa contribuire a costruirlo.
Il Mattino, 01.05.2026
Nei mesi scorsi ho avuto modo di ascoltare Umberto Galimberti e Paolo Crepet, ospiti del Festival Filosofico del Sannio, in due conferenze intense e stimolanti. Un vero e proprio invito a interrogarsi sul tempo che viviamo. Prendendo spunto da questi incontri, voglio soffermarmi su alcune delle loro posizioni sull’intelligenza artificiale e, più in generale, sulle nuove tecnologie.
Entrambi hanno espresso preoccupazioni nette, mettendo in guardia dal rischio che una crescente delega alla tecnologia finisca per impoverire le nostre capacità di pensiero e alimentare forme di dipendenza. Sono osservazioni serie, radicate in una lunga tradizione critica nei confronti della tecnologia, e proprio per questo meritano di essere approfondite.
L’idea di fondo è che più tecnologia equivalga a meno sforzo cognitivo e, quindi, a una forma di pigrizia intellettuale. È un’equazione intuitiva, ma non dimostrata. A mio avviso, si tratta di una narrazione fuorviante.
Non è la prima volta che accade: ogni innovazione cognitiva è stata accompagnata da timori simili. La scrittura, ricordava Platone nel Fedro, avrebbe indebolito la memoria; la stampa avrebbe favorito un sapere superficiale; persino la calcolatrice, in tempi più recenti, è stata accusata di compromettere le capacità matematiche. Eppure, nessuna di queste tecnologie ha prodotto una regressione cognitiva. Tutt’altro.
Certo, si potrebbe obiettare che il paragone non regge. La portata dei cambiamenti indotti dall’intelligenza artificiale non è paragonabile a quella della calcolatrice o della stampa. Oggi siamo di fronte a strumenti che non si limitano a supportare l’uomo, ma sono in grado di risolvere autonomamente problemi complessi, produrre testi e immagini, effettuare classificazioni e previsioni accurate, emulando, almeno in parte, processi cognitivi complessi.
Insomma: le tecnologie precedenti non erano “intelligenti”. Ma, a ben vedere, neppure quelle odierne lo sono davvero. La vera novità è che oggi disponiamo di sistemi capaci di svolgere compiti che, in passato, avremmo considerato chiari indizi di intelligenza.
Ed è qui che nasce l’equivoco. Abbiamo a lungo identificato l’intelligenza con l’esecuzione di certi compiti che erano appannaggio esclusivo dell’uomo; ora scopriamo che quegli stessi compiti possono essere svolti, almeno in parte, da sistemi automatici, che non comprendono ciò che fanno. In altre parole, come ha osservato Luciano Floridi, si possono fare cose intelligenti senza essere intelligenti. In questo senso, l’intelligenza artificiale non sostituisce il pensiero: lo riconfigura.
Se una macchina è in grado di svolgere alcune operazioni che prima consideravamo distintive dell’intelligenza umana, questo non implica automaticamente un impoverimento delle nostre capacità. Implica, piuttosto, una ridefinizione di ciò che consideriamo intelligente. Allo stesso modo in cui delegare il calcolo non ci ha resi meno intelligenti, ma ci ha spinto verso forme più avanzate di ragionamento. Il rischio non è che le macchine pensino al posto nostro. Il rischio è continuare a identificare l’intelligenza umana con attività che oggi possono essere automatizzate.
È qui che le critiche più pessimistiche mostrano il loro limite: nel confondere la trasformazione del pensiero con la sua scomparsa. Il punto cruciale non è la tecnologia in sé, ma il contesto in cui viene utilizzata. Per questo, più che temere un presunto declino, dovremmo interrogarci su quale idea di intelligenza vogliamo coltivare in un mondo in cui alcune prestazioni “intelligenti” non sono più un’esclusiva umana.
Il Mattino, 01.04.2026
Sono nato a Nocera Inferiore (SA) il 03 Agosto 1963 e sono Professore Ordinario di Ingegneria Informatica presso l’Università degli Studi del Sannio, Benevento.
Appassionato educatore e curioso ricercatore, ho sempre ritenuto fondamentale valorizzare l’intreccio tra ricerca ed insegnamento come strumento per la creazione e la trasmissione dei saperi.
Sono sposato con Rosa Ferrara, donna forte, paziente e capace di strappare un sorriso anche nelle situazioni più difficili. Io e Rosa abbiamo due magnifici figli, Benedetta, estroversa e determinata, e Mario, silenzioso e pieno di domande.
Nella stagione calda amo girare in moto fra le nostre belle colline, con i loro vigneti, i borghi antichi e gli affascinanti panorami; Benedetta, Mario e Rosa sono i miei passeggeri preferiti.