Sono nato a Nocera Inferiore (SA) il 03 Agosto 1963 e sono Professore Ordinario di Ingegneria Informatica presso l’Università degli Studi del Sannio, Benevento.
Appassionato educatore e curioso ricercatore, ho sempre ritenuto fondamentale valorizzare l’intreccio tra ricerca ed insegnamento come strumento per la creazione e la trasmissione dei saperi.
Sono sposato con Rosa Ferrara, donna forte, paziente e capace di strappare un sorriso anche nelle situazioni più difficili. Io e Rosa abbiamo due magnifici figli, Benedetta, estroversa e determinata, e Mario, silenzioso e pieno di domande.
Nella stagione calda amo girare in moto fra le nostre belle colline, con i loro vigneti, i borghi antichi e gli affascinanti panorami; Benedetta, Mario e Rosa sono i miei passeggeri preferiti.
Nei mesi scorsi ho avuto modo di ascoltare Umberto Galimberti e Paolo Crepet, ospiti del Festival Filosofico del Sannio, in due conferenze intense e stimolanti. Un vero e proprio invito a interrogarsi sul tempo che viviamo. Prendendo spunto da questi incontri, voglio soffermarmi su alcune delle loro posizioni sull’intelligenza artificiale e, più in generale, sulle nuove tecnologie.
Entrambi hanno espresso preoccupazioni nette, mettendo in guardia dal rischio che una crescente delega alla tecnologia finisca per impoverire le nostre capacità di pensiero e alimentare forme di dipendenza. Sono osservazioni serie, radicate in una lunga tradizione critica nei confronti della tecnologia, e proprio per questo meritano di essere approfondite.
L’idea di fondo è che più tecnologia equivalga a meno sforzo cognitivo e, quindi, a una forma di pigrizia intellettuale. È un’equazione intuitiva, ma non dimostrata. A mio avviso, si tratta di una narrazione fuorviante.
Non è la prima volta che accade: ogni innovazione cognitiva è stata accompagnata da timori simili. La scrittura, ricordava Platone nel Fedro, avrebbe indebolito la memoria; la stampa avrebbe favorito un sapere superficiale; persino la calcolatrice, in tempi più recenti, è stata accusata di compromettere le capacità matematiche. Eppure, nessuna di queste tecnologie ha prodotto una regressione cognitiva. Tutt’altro.
Certo, si potrebbe obiettare che il paragone non regge. La portata dei cambiamenti indotti dall’intelligenza artificiale non è paragonabile a quella della calcolatrice o della stampa. Oggi siamo di fronte a strumenti che non si limitano a supportare l’uomo, ma sono in grado di risolvere autonomamente problemi complessi, produrre testi e immagini, effettuare classificazioni e previsioni accurate, emulando, almeno in parte, processi cognitivi complessi.
Insomma: le tecnologie precedenti non erano “intelligenti”. Ma, a ben vedere, neppure quelle odierne lo sono davvero. La vera novità è che oggi disponiamo di sistemi capaci di svolgere compiti che, in passato, avremmo considerato chiari indizi di intelligenza.
Ed è qui che nasce l’equivoco. Abbiamo a lungo identificato l’intelligenza con l’esecuzione di certi compiti che erano appannaggio esclusivo dell’uomo; ora scopriamo che quegli stessi compiti possono essere svolti, almeno in parte, da sistemi automatici, che non comprendono ciò che fanno. In altre parole, come ha osservato Luciano Floridi, si possono fare cose intelligenti senza essere intelligenti. In questo senso, l’intelligenza artificiale non sostituisce il pensiero: lo riconfigura.
Se una macchina è in grado di svolgere alcune operazioni che prima consideravamo distintive dell’intelligenza umana, questo non implica automaticamente un impoverimento delle nostre capacità. Implica, piuttosto, una ridefinizione di ciò che consideriamo intelligente. Allo stesso modo in cui delegare il calcolo non ci ha resi meno intelligenti, ma ci ha spinto verso forme più avanzate di ragionamento. Il rischio non è che le macchine pensino al posto nostro. Il rischio è continuare a identificare l’intelligenza umana con attività che oggi possono essere automatizzate.
È qui che le critiche più pessimistiche mostrano il loro limite: nel confondere la trasformazione del pensiero con la sua scomparsa. Il punto cruciale non è la tecnologia in sé, ma il contesto in cui viene utilizzata. Per questo, più che temere un presunto declino, dovremmo interrogarci su quale idea di intelligenza vogliamo coltivare in un mondo in cui alcune prestazioni “intelligenti” non sono più un’esclusiva umana.
Il Mattino, 01.04.2026
Per anni ci siamo chiesti quanto fosse “intelligente” l’intelligenza artificiale. Nel 2026 la domanda da porsi è un’altra: chi definisce gli obiettivi, chi controlla gli effetti e chi risponde quando l’ottimizzazione produce disuguaglianze?
Con l’arrivo dell’IA agentica, infatti, ai sistemi non si assegna più un compito, ma un obiettivo. Non si dice più “fai questo”, ma “ottieni questo risultato”. Poi, è il sistema a decidere autonomamente come farlo: pianifica, riorganizza, esegue, modifica processi reali. Non propone: agisce!
Immaginiamo un’azienda pubblica che gestisce acqua, energia o trasporti. Affida a un sistema agentico un obiettivo chiaro: ridurre i costi e migliorare i tempi di intervento. L’algoritmo analizza anni di dati, individua i colli di bottiglia, riorganizza turni, fornitori e priorità. Inizia a rinegoziare contratti, riallocare squadre, anticipare ordini, bloccare partner inefficienti, autorizzare pagamenti. Le decisioni non passano più da una scrivania: vengono eseguite automaticamente.
Dopo pochi mesi i numeri migliorano. I tempi medi scendono, i costi calano, i reclami diminuiscono. Tutto sembra funzionare.
Poi, nel tempo, emergono gli effetti collaterali. Le aree a bassa densità abitativa iniziano a essere servite sempre più tardi. Non perché “dimenticate”, ma perché ogni intervento in quelle aree abbassa gli indicatori di produttività: più chilometri, meno utenti, più tempo per ogni guasto risolto. Il sistema non discrimina: ottimizza. E nel farlo, sposta risorse verso le zone più dense, dove ogni intervento “rende di più”.
Col tempo i piccoli fornitori locali scompaiono, le squadre che operano in contesti più difficili vengono penalizzate, alcune categorie di cittadini iniziano a subire ritardi sistematici. Il tutto senza che nessuno l’abbia mai deciso.
E quando un sindaco chiederà: “Perché in questo quartiere gli interventi sono più lenti?”, nessuno saprà rispondere con certezza. Non è stata una scelta politica. Non è stato un bug. È stato un effetto emergente di un sistema che ha agito correttamente rispetto ai propri obiettivi.
È qui che l’IA smette di essere uno strumento e diventa una forma di potere. Da strumento computazionale si trasforma in infrastruttura normativa. Gli esempi possibili sono tanti, dall’accesso a servizi sanitari alla concessione di prestiti, dall’assegnazione di sussidi sociali alla definizione di polizze assicurative. Ambiti in cui algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale stanno via via diventando il vero potere, il meccanismo che struttura chi ottiene cosa, quando e a quali condizioni.
Non è un potere che vieta o comanda. È un potere che ridefinisce le possibilità. E lo fa in modo invisibile, automatico, senza una decisione umana chiaramente identificabile. Il rischio non è che l'intelligenza artificiale sbagli. Il rischio è che funzioni troppo bene, ma secondo criteri e priorità che non sono mai stati discussi e approvati pubblicamente.
Per questo il 2026 è uno spartiacque. Non perché l’IA sarà più potente, ma perché comincerà a decidere al nostro posto. E quando questo accade, non è più una questione tecnologica: diventa una questione politica, democratica, culturale.
Il vero rischio non è una perdita improvvisa di controllo, ma una trasformazione lenta e silenziosa. È abituarsi all’idea che le opportunità dipendano da un punteggio, che i servizi siano regolati da un algoritmo, che le disuguaglianze diventino un sottoprodotto “razionale” dell’efficienza. Il vero rischio è abituarci, poco a poco, all’idea di non avere più il controllo.
Il Mattino, 07.03.2026
Da quasi duemila anni l’Arco di Traiano osserva il passaggio delle stagioni e dei poteri. È sopravvissuto a imperi, invasioni, ricostruzioni. Sta lì, a riprova che ciò che è pensato per durare supera sempre ciò che è costruito per impressionare. E finisce per impressionare.
Oggi, al contrario, viviamo nell’epoca del tempo breve. Tutto viene misurato con la durata di un ciclo mediatico, quando non con quella di un post. Tutto deve produrre effetti visibili subito. Eppure, lo sviluppo, quello vero, appartiene al tempo lungo.
È qui che si gioca il destino dei territori non metropolitani. Le aree interne, di cui si fa un gran parlare, non soffrono soltanto di un deficit demografico o infrastrutturale. Soffrono soprattutto di discontinuità. Progetti che iniziano e non si consolidano. Idee che non trovano il tempo di sedimentare. Entusiasmi che si spengono prima di trasformarsi in struttura.
Il tempo lungo non è lentezza burocratica, o peggio immobilismo: è visione. È la capacità di accettare che i risultati più solidi non producono ritorni immediati. Un investimento in ricerca e formazione, per fare un esempio a me vicino, non cambia il volto di una città in maniera immediata. Ma quando lo fa, lo fa in modo profondo e irreversibile.
Anche l’innovazione, parola spesso associata alla velocità, ha bisogno di continuità. Le start-up nascono rapidamente, e altrettanto rapidamente muoiono. Ma un ecosistema dell’innovazione richiede anni per consolidarsi. Ha bisogno di stabilità di relazioni, fiducia reciproca tra attori diversi, capacità di cooperare.
In questo senso, i territori come il nostro possono trasformare quella che appare una fragilità in una forza. Le comunità di dimensione media o piccola hanno un vantaggio competitivo: la densità delle relazioni. Se coltivate, con pazienza e perseveranza, queste relazioni possono diventare capitale sociale, la vera moneta dello sviluppo contemporaneo. Un capitale silenzioso, fatto di collaborazione costante, di fiducia costruita nel tempo, di errori corretti senza clamore.
La vera modernità non coincide con la velocità. Consiste nella capacità di tenere insieme innovazione e continuità. La tecnologia accelera i processi; la coesione sociale li rende sostenibili. Per i territori delle aree interne, allora, il coraggio non è inseguire ogni novità, ma scegliere con discernimento e perseverare. Non tutto può essere fatto subito, ma ciò che si decide di fare deve avere il tempo di diventare patrimonio comune.
Il tempo lungo non è un lusso per tempi tranquilli, è una necessità per tempi complessi. È l’unico orizzonte in cui formazione, cultura, innovazione, sviluppo e coesione possono intrecciarsi davvero.
È questo, oggi, il vero coraggio: pensare oltre il presente, costruire oltre il contingente.
Il Mattino, 13.01.2026